Comitato promotore della Manifestazione nazionale per la celebrazione della Resistenza nei campi di concentramento

Anno: 2026

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In occasione del “Giorno della Memoria 2026” è stato pubblicato nel Sistema informativo Archivi ER l’inventario dell’Archivio del Comitato promotore della Manifestazione nazionale per la celebrazione della Resistenza nei campi di concentramento, conservato dall’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della provincia di Modena. L’archivio è stato in parte digitalizzato: le riproduzioni sono raccolte nella collezione digitale “Mostra nazionale dei lager nazisti” disponibile sulla piattaforma Lodovico Media Library.


L’archivio

L’archivio conserva la documentazione prodotta dal Comitato e ne testimonia le scelte progettuali e l’intera organizzazione della manifestazione: si tratta di verbali delle riunioni, corrispondenza con le autorità e le delegazioni estere partecipanti, bozze e stesure del programma, manifesti, comunicati stampa, ritagli di giornale; documentazione contabile; materiali relativi al concorso di pittura promosso contestualmente.
Il Comitato si costituì a Modena nel 1955, su iniziativa del sindaco di Carpi, Bruno Losi, che ne fu poi il presidente, allo scopo di “degnamente ricordare le sofferenze dei sopravvissuti e il sacrificio dei caduti” nel campo di concentramento di Fossoli e in quelli di tutta Europa. Con questo proposito, in occasione della Manifestazione nazionale per la celebrazione della Resistenza nei campi di concentramento (Fossoli-Carpi, 8-9 dicembre 1955), a Carpi fu realizzata una mostra nazionale dei lager nazisti, evento che chiudeva le commemorazioni del decennale della Liberazione.
Di particolare rilevanza è l’apparato iconografico utilizzato per la mostra: la documentazione fotografica esposta fu raccolta dal Comitato in diverse città italiane, ricorrendo soprattutto all’ANPI – Associazione nazionale partigiani d’Italia e alle associazioni dei deportati politici nei campi di concentramento; molti documenti furono forniti anche da privati cittadini e da enti che già avevano allestito piccole esposizioni. Dopo l’edizione carpigiana, la mostra venne nuovamente allestita a Modena al Palazzo dei Musei.
La raccolta fotografica, prima in Italia interamente dedicata all’argomento, fu quindi incrementata nel corso degli anni successivi dall’Istituto storico di Modena, scelto dal Comitato promotore quale erede della sua missione e delle carte prodotte, per rendere disponibile la mostra a quanti la richiedevano. Il fondo fu donato infatti all’Istituto dal Comitato stesso a conclusione delle celebrazioni del 1955 e prima del proprio scioglimento.


Il progetto

L’archivio del Comitato è stato sottoposto nel corso del 2025 a un intervento di riordino, inventariazione e ricondizionamento, nonché parziale riproduzione digitale, promosso dall’Istituto storico di Modena nell’ambito delle attività previste dalla convenzione basata sulla Legge regionale 3/2016 “Memoria del Novecento” per il triennio 2025-2027.
L’inventario è stato realizzato mediante la Piattaforma regionale per la descrizione archivistica con la consulenza scientifica dell’Area Biblioteche e archivi del Settore Patrimonio culturale ed è consultabile online in Archivi ER – Sistema informativo partecipato degli archivi storici in Emilia-Romagna.
La collezione digitale è disponibile su Lodovico Media Library: si tratta di una selezione di 11 fascicoli comprendenti sia documentazione amministrativa che fotografica, tra cui si segnala l’apparato iconografico utilizzato per la mostra dedicata alla deportazione e all’internamento.

Bibliografia

  • Marzia Luppi ed Elisabetta Ruffini (a cura di), Immagini dal silenzio. La prima mostra nazionale dei lager nazisti attraverso l’Italia 1955-1960, Carpi, Nuovagrafica 2005



Manifesti politici 1942-1945

Anno: 2026

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L’Istituto storico conserva manifesti e locandine prodotti dalla Repubblica Sociale Italiana, dal Comune di Modena e dalle forze di occupazione tedesche, inerenti la precettazione civile degli ebrei adulti a scopo di lavoro, la leva militare, il coprifuoco, l’accaparramento delle risorse finanziarie, industriali e alimentari e il razionamento di quest’ultime, la disciplina degli automezzi, gli atti di sabotaggio ai danni delle forze tedesche e le conseguenti rappresaglie, le fucilazioni dei partigiani catturati, la propaganda contro gli anglo-americani, il reclutamento di manodopera per la Germania, e altro ancora.
Come esplicita George Orwell nelle sue Cronache di guerra 1941-1943 “Esiste un tipo di guerra che non dà tregua, giorno e notte, cioè la guerra di propaganda”, e i manifesti ne sono un potente mezzo in quanto strumenti della propaganda fascista e nazista, mezzi di persuasione e intimidazione, forma di comunicazione politica che rilancia il nazionalismo aggressivo, il rispetto dell’ordine gerarchico, l’antisemitismo, la difesa della comunità nazionale.
L’analisi e la lettura di questi documenti permette di cogliere l’ideologia ed i codici di comunicazione che il regime ha imposto agli italiani: le immagini fanno leva su sentimenti intimi e profondi, come il dolore di una madre, per convincere gli italiani a combattere al fianco della RSI (“Non tradite mio figlio”); richiamano la necessità di unire gli sforzi dell’operaio e del soldato mettendo in primo piano l’urgenza di produrre armi e munizioni per continuare a combattere (“Lavorare e combattere. Per la patria, per la vittoria”) ed esaltando l’importanza del lavoro, come “cemento” fondamentale per la nazione e per la vittoria militare; le parole mirano a convincere i giovani a rispondere al bando di arruolamento minacciandoli di morte, qualora non si fossero presentati ai distretti militari, e promettendo l’arresto per i loro capifamiglia; esibiscono la forza e la violenza della Wermacht attraverso l’uso della lingua tedesca; rappresentano il nemico – le truppe anglo-americane – come un’orda barbarica di “negri” che saccheggiano, violentano e si macchiano di terribili crimini.
Fra il 2007 e il 2010 le unità documentarie sono state catalogate e digitalizzate e le immagini sono state inserite nella banca dati sul manifesto politico e sociale contemporaneo a cura della Fondazione Gramsci Emilia Romagna per cui sono visibili in: http://www.manifestipolitici.it
In occasione dell’80° anniversario della Liberazione, l’Istituto storico ha voluto digitalizzare questa documentazione – la “guerra sui muri” – per mettere a disposizione questo particolare approccio al periodo dell’occupazione nazifascista, sottolineando il ruolo delle immagini nella narrazione storica.


Bibliografia

  • La guerra sui muri. Manifesti, 1943-45. Fiera campionaria internazionale di Bologna, 4-12 giugno 1994, Bologna, Comitato regionale per le celebrazioni del 50° anniversario della Resistenza e della Liberazione Emilia Romagna, 1994
  • Mario de Micheli, Manifesti della Seconda guerra mondiale, Milano, Fratelli Fabbri editori 1972
  • Roberto Guerri, Manifesti italiani nella Seconda Guerra Mondiale, Milano, Rusconi 1982



Archivio Carlo Zanotti "Garian", 1935 – 1976

Anno: 2026

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Carlo Zanotti

Carlo Zanotti (Bologna, 5 febbraio 1912 Modena, 14 ottobre 1984) di Francesco Giuseppe e Augusta Muratori, il 3 giugno 1946 sposa Mirka Bulgarelli. Ufficiale dell’esercito in servizio permanente dal 16 aprile 1935; parte per l’Africa Settentrionale il 1° febbraio 1940; nel settembre 1942 viene ricoverato all’Ospedale Militare di Derna e rimpatriato il 21 ottobre 1942 con la nave ospedale “Vergiglio”, quindi ricoverato per alcuni giorni all’Ospedale di Napoli. Dalle carte militari risulta che la sua anzianità coloniale va dal 1° marzo 1940 all’8 marzo 1943 e che conosceva “benissimo la Gefara, il Gebel En-Nefusa, la Ghibla, ed in generale tutta la Tripolitania ed il Fezzan. Era molto stimato presso le Cabile di Ulad Attia nel Garian ed ha molto ascendente sugli Sciumbasci Bescir ben Alì (arabo), Mabruk ben Alì (beduino), Lahadi ben Sahad (berbero).
Conosce molto bene la religione mussulmana, i costumi e la storia nonché le leggi delle genti della Tripolitania e parla sufficientemente il loro dialetto. Ha comandato reparti tripolitanici nel Regio Corpo Truppe Libiche (V Btg. Ghibla, XVIII Btg. Garian, IV Btg. Mergheb). Ha combattuto oltrechè nella Sirtica e nella Marmarica anche in Tripolitania affiancato al Raggruppamento Oasi Meridionali ed al Sahara libico” (1). In un documento del 1949, Zanotti afferma che “Fin da tenente fui insignito dell’Ordine di Cavaliere della Stella Coloniale d’Italia per speciali benemerenze”.


Dall’8 settembre 1943 alla Liberazione

Alla data dell’8 settembre 1943 Zanotti si trova alla Regia Accademia Militare di Modena quale insegnante titolare di lingua tedesca e aggiunto di tattica: in quei giorni non aveva comando di truppe di allievi in quanto fuori sede al Campo autunnale; “dopo avere con abili sotterfugi, liberati alcuni colleghi incarcerati dai tedeschi alla Cittadella, decideva di trasferirsi ad Assisi per potere continuare la lotta contro i nazi-fascisti assieme ad altri ufficiali indirizzati colà dal Colonnello Duca, Comandante della R. Accademia, poi fucilato delle SS per attività patriottica.
Nel dicembre 1943 rientrato a Modena per missione cospirativa, già ricercato quale interprete militare di lingua tedesca, veniva scoperto e fermato, fu invitato a prestare immediatamente servizio. Il Capitano Zanotti, presente il Maggiore De Francisci, pure della R. Accademia, poi venturo Comandante della Piazza Militare partigiana di Modena, si rifiutava categoricamente davanti al Comandante Regionale T. Col. Costantino Rossi, di prestare servizio dichiarando solennemente di volere rimanere fedele al proprio giuramento; veniva quindi insultato, schiaffeggiato e scacciato, privato del grado per indegnità e immesso in una “lista nera” nonché segnalato per il lavoro obbligatorio in Germania quale semplice operaio. “Fuori legge” iniziava così la sua attività militare organizzativa ponendosi a fianco dei Comitati di Liberazione Nazionale di Modena e di Bologna […]” (3).
Zanotti non ha giurato né fatto servizio per la Repubblica Sociale Italiana. Durante la guerra di Liberazione svolge i seguenti incarichi nelle località riportate in successione:
”Vice Comandante della formazione Ghilardi Bacchilega Marchesi 1.10.43 1.5.44 S. Agata, Castel San Pietro, Medicina
Capo di Stato Maggiore Divisione “Armando” 1.5.44 1.8.44 Montefiorino
Comandante Gruppo Brigate Ovest 1.8.44 31.8.44 Abetina, Passo delle Forbici
Capo di Stato Maggiore Gruppo Brigate di Montagna 1.9.44-4.10.44 Monterenzio
Comandante Gruppo Brigate Montagna 4.10.44- 31.10.44 Cuneo Monterenzio
Comandante Comando Piazza Castel S. Pietro Emilia 1.11.44-8.12.44 Castel S. Pietro Emilia
Dal 9.12.44 al 31.1.45 incarcerato per attività patriottica
Capo di Stato Maggiore Divisione Bologna 1.2.45-25.4.45 Bologna e provincia”.


Dopo la guerra

Finita la guerra, nel luglio del 1947 è promosso Maggiore per “Merito di Guerra” per fatti d’arme condotti a fianco degli Alleati; Ufficiale Liquidatore del CUMER su designazione del Corpo Volontari della Libertà Alta Italia, Zanotti svolge la funzione di Capo Ufficio Amministrazione dell’Ufficio stralcio del CUMER (1945-1947); contemporaneamente è nominato membro rappresentante il Ministero Difesa Esercito in seno alla Commissione di Bologna per l’accertamento delle qualifiche e gradi ai partigiani (5). La Direzione della Democrazia Cristiana Sezione comunale di Bologna gli riconosce la Tessera ad honorem ammirando in lui “il coraggio, il valore e la tenacia di combattente e di capo fra i gloriosi partigiani del Cumer” (6).
Rientrato nei ranghi, da marzo 1949 fino ad ottobre è impiegato come Capo Ufficio della Forza in Congedo e Mobilitazione del Distretto Militare di Modena; effettivo al 40° Reggimento fanteria “Bologna” poi Comandante il II° Battaglione in distaccamento a Ferrara (5 gennaio 1950), per cui si trasferisce con la moglie in quella città. Nel dicembre del 1950 chiede di essere assegnato ad un ente con stanza a Modena e nell’aprile del 1951 avviene la cessione del Comando ferrarese.
Nel 1954 ottiene il congedo definitivo.
Ha pubblicato:
Brigate di montagna … cinque giornate di ininterrotti combattimenti della 62° e 66° Brigata “Garibaldi” ..., in Epopea partigiana, Bologna, 1948, pp. 99-105;
Piani insurrezionali per la liberazione della città e della provincia di Bologna, in Lino Marini e Ignazio Masulli (a cura di), L’Emilia Romagna nella guerra di liberazione, vol. I, De Donato, Bari, 1975 (Deputazione Emilia Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di liberazione), pp. 577-608;
La liberazione di Bologna, in La Resistenza racconta, Milano, s.d.



Storie della Cgil di Modena

Anno: 2026

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La storia di un sindacato

Il portale “Storie della Cgil di Modena” nasce dalla lunga collaborazione tra la Cgil di Modena e l’Istituto storico per valorizzare il patrimonio storico dell’organizzazione, ancora oggi – a 125 anni dalla sua fondazione – il principale organismo di rappresentanza dei lavoratori e del lavoro della provincia di Modena.
Una collaborazione nata nel corso degli anni Ottanta e formalizzata da una convenzione firmata nel 1993 e da allora sempre rinnovata per la gestione dell’archivio storico e in generale del patrimonio documentario del sindacato e per il coordinamento di progetti di ricerca e divulgazione.
Il portale nasce per valorizzare la storia del lavoro in provincia di Modena dalla metà dell’Ottocento alla fine del Novecento, offrendo uno spazio strutturato e accessibile a chiunque voglia conoscere in modo sintetico la storia del sindacato a Modena e, al tempo stesso, permettere a chi vuole approfondire questi temi (delegati e funzionari sindacali, insegnanti, studenti universitari, ricercatori storici, appassionati di storia) di trovare gli strumenti per farlo.
Il portale è suddiviso in due parti. La prima riguarda direttamente la dimensione storica, con la realizzazione di schede storiche sintetiche suddivise in Luoghi (geolocalizzati), Eventi e Biografie. La seconda aggrega tutto quanto è stato prodotto sulla storia del sindacato e del lavoro a Modena, mettendo a disposizione gli strumenti per approfondire queste problematiche: testimonianze dei protagonisti, descrizione degli archivi e dei vari aggregati documentari, prodotti editoriali, saggi e documenti, cronologie e bibliografie. La sezione Notizie consente di conoscere gli eventi realizzati sulla storia del lavoro nel corso degli anni.

vai al portale storie della cgil di modena


Spazi ribelli

Anno: 2026

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Il legame tra la Resistenza armata e il territorio

La Resistenza armata non è stata soltanto una scelta ideale e politica, ma anche e soprattutto un’esperienza profondamente legata al territorio, ai paesaggi e ai luoghi. Per combattere contro l’occupazione nazifascista, i partigiani hanno dovuto imparare a conoscere, abitare e sfruttare lo spazio circostante, trasformando montagne, valli, pianure e persino i centri urbani in veri e propri scenari di guerriglia. La geografia, insomma, non ha fatto semplicemente da sfondo agli eventi, ma ne ha determinato lo sviluppo, le strategie e le possibilità di successo. Per capire a pieno lo sviluppo e i tentativi di organizzazione delle formazioni armate modenesi è fondamentale considerarne la mobilità, le azioni o lo stanziamento su un territorio fortemente variegato.
Questo volume edito da Mimesis, curato da Mirco Carrattieri e Chiara Lusuardi – e impreziosito da un saggio introduttivo della storica Chiara Colombini –, adotta uno sguardo innovativo per raccontare la lotta di Liberazione nel territorio modenese. All’origine dell’opera c’è una ricerca scientifica crossmediale che unisce strettamente la pagina stampata alla dimensione digitale: i contenuti del libro sono infatti integrati e connessi con il portale web Atlante digitale delle formazioni partigiane modenesi, una piattaforma interattiva pensata per mappare ed esplorare l’evoluzione cronologica e geografica della guerriglia in tutto il territorio provinciale.

Una complessa ricerca che intreccia il volume all’Atlante delle formazioni partigiane modenesi

Il cuore di questo importante lavoro di ricostruzione, basato sul riesame sistematico delle fonti d’archivio conservate per la maggior parte nell’archivio dell’Istituto storico e digitalizzate, è stato condotto da un gruppo di ricercatori: Cora Benetti, Mattia Golinelli, Rocco Melegari e Alberto Stefani. A loro si deve non solo la stesura dei saggi tematici che compongono il volume, ma anche la rigorosa e dettagliata compilazione delle centinaia di schede storiche e biografiche che gli utenti possono liberamente consultare sul portale dell’Atlante digitale corredate dalle fonti primarie digitali.
Dalle prime bande nate spontaneamente sull’Appennino all’indomani dell’8 settembre 1943, fino alla strutturazione delle brigate di pianura, il lavoro degli autori analizza come le diverse morfologie del territorio abbiano influenzato la vita quotidiana e le azioni dei ribelli. Grazie a un approccio che unisce il rigore filologico alla chiarezza della narrazione, Spazi ribelli e il suo Atlante digitale non si rivolgono solo agli specialisti, ma parlano a chiunque voglia riscoprire il proprio territorio sotto una luce nuova, dimostrando come la mappa della provincia di Modena sia un grande libro di storia a cielo aperto.



La guerra aerea. Modena e i bombardamenti alleati

Anno: 2026

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Gestire un’emergenza: i bombardamenti aerei

Cosa accade quando il cielo sopra le nostre teste si trasforma improvvisamente in una minaccia mortale? Tra il giugno 1940 e l’aprile 1945, l’Italia sperimentò sulla propria pelle la drammatica realtà della “guerra totale”. Un conflitto in cui cadde definitivamente la distinzione tra soldati al fronte e civili a casa, e in cui i centri urbani e le popolazioni diventarono i bersagli principali di una nuova e devastante strategia militare: il bombardamento aereo.

Il libro di Giulia Dodi, sostenuto e promosso dall’Istituto storico di Modena e pubblicato da Mimesis edizioni, accende i riflettori su un territorio rimasto a lungo meno indagato rispetto alle grandi metropoli italiane: attraverso una meticolosa  e sistematica ricerca d’archivio che intreccia fonti locali e nazionali, l’autrice ricostruisce l’impatto della guerra nei cieli su Modena e sulla sua provincia.

Se i primi pesanti ordigni su Modena iniziarono a cadere solo nel 1944 – a partire dal primo drammatico attacco del 14 febbraio – la vita dei cittadini era in realtà cambiata già da anni. Il libro documenta con precisione la lunga preparazione psicologica e materiale che precedette le bombe: l’istituzione del Comitato provinciale di protezione antiaerea, l’introduzione dell’oscuramento, la frenetica costruzione dei rifugi antiaerei, i complessi piani di sfollamento della popolazione e i disperati tentativi di mettere al sicuro l’inestimabile patrimonio artistico locale.


Una ricerca inedita

Grazie a una narrazione che dà voce ai documenti del tempo e alle cronache cittadine, emerge il ritratto di una comunità travolta dalla paura, sospesa tra l’attesa della liberazione e il risentimento per la distruzione portata da quegli Alleati che si presentavano come “liberatori”. L’opera analizza infine la difficile fase della ricostruzione materiale e sociale nel dopoguerra, in un territorio segnato da oltre mille vittime civili e cumuli di macerie.
Il volume riprende e sistematizza un lavoro di ricerca iniziato nel 2024 e promosso dal Comitato per la storia e le memorie del Novecento del Comune di Modena in occasione del quale sono stati realizzati percorsi urbani sia digitali sia fisici, un seminario scientifico e una videoinstallazione immersiva che racconta il progressivo spostamento dell’Italia nei primi decenni del Novecento da nazione bombardatrice a nazione bombardata (una versione bidimensionale è visibile qui e attraverso il QR code stampato nella prima pagina del libro).
Arricchito da un prezioso elenco cronologico delle incursioni aeree e da una selezione di documenti dell’epoca, La guerra aerea non è solo una rigorosa ricostruzione storica locale. È, soprattutto, una profonda riflessione sulla sofferenza dei civili e sulle ferite indelebili che i bombardamenti dal cielo – ieri come oggi nei conflitti contemporanei – lasciano nel tessuto sociale e quotidiano di una comunità.

 

Vai al progetto "Quando (anche qui) cadevano le bombe"


test scheda

Anno: 2026

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La storia di un fondo particolare

Le carte relative alla fuga in Argentina di Bruno Piva, capitano della Guardia nazionale repubblicana di Modena, accusato di collaborazionismo con i nazisti e omicidio continuato di partigiani, sono state depositate presso l’Istituto storico di Modena nell’ottobre 2001 da Margherita Galanti. Queste carte erano state raccolte e conservate da Mario Galanti, il nonno di Margherita, che era il marito di Ada Falli, la sorella di Clara Falli moglie di Bruno Piva. Il momento della consegna del materiale all’Istituto fu peraltro segnato da commozione da parte di Margherita, che era completamente all’oscuro di quello che aveva fatto Piva durante la guerra civile ed era rimasta sconvolta nell’apprendere le vicende che lo avevano riguardato.


Il capitano Bruno Piva

Non sono disponibili molte informazioni su Bruno Piva prima del 1943. Originario di Spilimbergo (Pordenone), dove era nato nel 1907, si iscrive al Partito nazionale fascista nel 1926. Dopo l’8 settembre 1943 presta servizio nella Guardia nazionale repubblicana di Modena, prima nell’Ufficio politico investigativo e poi al comando della Compagnia OP (Ordine pubblico), struttura formata da un centinaio di uomini dedita alla lotta antipartigiana attraverso rastrellamenti e rappresaglie. Protagonista di numerosi episodi di violenza, prima della liberazione di Modena riesce a fuggire verso il nord Italia e poi in Svizzera. Processato nel marzo 1947 in contumacia, è condannato all’ergastolo, ma non sconterà mai un giorno di prigione grazie alla fuga in Argentina e poi all’amnistia.


Il fondo archivistico

Il progetto di descrizione, digitalizzazione e metadatazione è stato realizzato nel 2025 con la cura scientifica di Laura Cristina Niero e con il cofinanziamento di Regione Emilia-Romagna, Programma regionale FESR 2021/2027, Bando per la digitalizzazione del patrimonio culturale di biblioteche archivi storici musei e altri istituti e luoghi della cultura. L’inventario archivistico della raccolta fotografica è stato realizzato mediante la Piattaforma regionale per la descrizione archivistica ed è liberamente accessibile online in Archivi ER – Sistema informativo partecipato degli archivi storici in Emilia-Romagna. Per la descrizione completa del fondo Piva si rimanda alla descrizione su Archivi-ER (→ clicca qui). Il materiale, inizialmente denominato ‘Fondo Mario Galanti’ è ora correttamente definito ‘Carte Bruno Piva’ e organizzato in serie che definiscono con maggiore precisione il contenuto, costituito quasi interamente dall’epistolario di Bruno Piva con la moglie Clara Falli ed altri famigliari (il figlio, la cognata, i genitori), con alcuni amici e con persone coinvolte a vario titolo nella sua vicenda giudiziaria e fuga (avvocati, religiosi, etc.). Ad esse si aggiungono pochi documenti personali (libretti, tessere, patenti, etc.), alcune fotografie e un fascicolo con le carte relative al processo a suo carico tenutosi presso la Corte d’Assise Speciale di Modena nel 1947.


La corrispondenza con Clara Falli

Lo scambio di lettere con Clara Falli inizia nel 1931 quando Piva si trasferisce in Sardegna come telegrafista dell’esercito. I due si sposano nell’ottobre 1936 e a quanto risulta Piva abbandona l’esercito ma, per lavoro, si trasferisce a Modena mentre la moglie continua a risiedere a Firenze. Per questo motivo la corrispondenza tra i due prosegue fino al 1942. Intanto, nel 1939 Piva fa la Scuola allevi ufficiali del genio, ma non esistono informazioni su dove abbia prestato servizio. In ogni caso, le lettere sono sempre spedite da Modena.

Lettera dalla latitanza alla moglie Clara Falli, Travagliato (Brescia) 1945


La fuga in Argentina

Poco prima della liberazione di Modena Piva come tanti altri fascisti fugge al Nord, nascondendosi con la moglie nei dintorni di Como, poi si spostano a Firenze e fino al 1947 rimane nascosto in un convento dei cappuccini. Quando si conclude il processo (→guarda la sentenza del processo in Corte di Assise Sezione Speciale di Modena, sentenza 32/47 del 1947-03-27) che lo vede imputato si separa dalla famiglia e si nasconde per due anni presso un istituto religioso del varesotto. In attesa della revisione del processo espatria a Friburgo, in Svizzera, in una casa dell’ordine dei cappuccini. Grazie alla protezione degli ambienti cattolici di Friburgo evita l’espulsione e nel 1951 prende la decisione di trasferirsi definitivamente con la famiglia in Argentina, che raggiunge via Barcellona sempre grazie ai contatti con autorità religione.

Nel fondo sono conservate le lettere che Piva scambia con la moglie e con il figlio Valerio, ma anche con diverse persone e con gli avvocati, e le carte relative al processo.

Lettera alla cognata Elvira Falli


Bibliografia

  • Rolando Balugani, La Repubblica sociale italiana a Modena. I processi ai gerarchi repubblichini, Modena, Istituto storico della Resistenza e della storia contemporanea, 1995
  • Federica Bertagna, La patria di riserva. L’emigrazione fascista in Argentina, Roma, Donzelli, 2006
  • Federica Bertagna, Vinti o emigranti? Le memorie dei fascisti italiani in Argentina e Brasile nel secondo dopoguerra, “História: Debates e Tendências”, n. 2, luglio-dicembre 2013 www.redalyc.org/pdf/5524/552456388004.p vdf



Test carte

Anno: 2026

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La storia di un fondo particolare

Le carte relative alla fuga in Argentina di Bruno Piva, capitano della Guardia nazionale repubblicana di Modena, accusato di collaborazionismo con i nazisti e omicidio continuato di partigiani, sono state depositate presso l’Istituto storico di Modena nell’ottobre 2001 da Margherita Galanti. Queste carte erano state raccolte e conservate da Mario Galanti, il nonno di Margherita, che era il marito di Ada Falli, la sorella di Clara Falli moglie di Bruno Piva. Il momento della consegna del materiale all’Istituto fu peraltro segnato da commozione da parte di Margherita, che era completamente all’oscuro di quello che aveva fatto Piva durante la guerra civile ed era rimasta sconvolta nell’apprendere le vicende che lo avevano riguardato.


Il capitano Bruno Piva

Non sono disponibili molte informazioni su Bruno Piva prima del 1943. Originario di Spilimbergo (Pordenone), dove era nato nel 1907, si iscrive al Partito nazionale fascista nel 1926. Dopo l’8 settembre 1943 presta servizio nella Guardia nazionale repubblicana di Modena, prima nell’Ufficio politico investigativo e poi al comando della Compagnia OP (Ordine pubblico), struttura formata da un centinaio di uomini dedita alla lotta antipartigiana attraverso rastrellamenti e rappresaglie. Protagonista di numerosi episodi di violenza, prima della liberazione di Modena riesce a fuggire verso il nord Italia e poi in Svizzera. Processato nel marzo 1947 in contumacia, è condannato all’ergastolo, ma non sconterà mai un giorno di prigione grazie alla fuga in Argentina e poi all’amnistia.


Il fondo archivistico

Il progetto di descrizione, digitalizzazione e metadatazione è stato realizzato nel 2025 con la cura scientifica di Laura Cristina Niero e con il cofinanziamento di Regione Emilia-Romagna, Programma regionale FESR 2021/2027, Bando per la digitalizzazione del patrimonio culturale di biblioteche archivi storici musei e altri istituti e luoghi della cultura. L’inventario archivistico della raccolta fotografica è stato realizzato mediante la Piattaforma regionale per la descrizione archivistica ed è liberamente accessibile online in Archivi ER – Sistema informativo partecipato degli archivi storici in Emilia-Romagna. Per la descrizione completa del fondo Piva si rimanda alla descrizione su Archivi-ER (→ clicca qui). Il materiale, inizialmente denominato ‘Fondo Mario Galanti’ è ora correttamente definito ‘Carte Bruno Piva’ e organizzato in serie che definiscono con maggiore precisione il contenuto, costituito quasi interamente dall’epistolario di Bruno Piva con la moglie Clara Falli ed altri famigliari (il figlio, la cognata, i genitori), con alcuni amici e con persone coinvolte a vario titolo nella sua vicenda giudiziaria e fuga (avvocati, religiosi, etc.). Ad esse si aggiungono pochi documenti personali (libretti, tessere, patenti, etc.), alcune fotografie e un fascicolo con le carte relative al processo a suo carico tenutosi presso la Corte d’Assise Speciale di Modena nel 1947.


La corrispondenza con Clara Falli

Lo scambio di lettere con Clara Falli inizia nel 1931 quando Piva si trasferisce in Sardegna come telegrafista dell’esercito. I due si sposano nell’ottobre 1936 e a quanto risulta Piva abbandona l’esercito ma, per lavoro, si trasferisce a Modena mentre la moglie continua a risiedere a Firenze. Per questo motivo la corrispondenza tra i due prosegue fino al 1942. Intanto, nel 1939 Piva fa la Scuola allevi ufficiali del genio, ma non esistono informazioni su dove abbia prestato servizio. In ogni caso, le lettere sono sempre spedite da Modena.

Lettera dalla latitanza alla moglie Clara Falli, Travagliato (Brescia) 1945


La fuga in Argentina

Poco prima della liberazione di Modena Piva come tanti altri fascisti fugge al Nord, nascondendosi con la moglie nei dintorni di Como, poi si spostano a Firenze e fino al 1947 rimane nascosto in un convento dei cappuccini. Quando si conclude il processo (→guarda la sentenza del processo in Corte di Assise Sezione Speciale di Modena, sentenza 32/47 del 1947-03-27) che lo vede imputato si separa dalla famiglia e si nasconde per due anni presso un istituto religioso del varesotto. In attesa della revisione del processo espatria a Friburgo, in Svizzera, in una casa dell’ordine dei cappuccini. Grazie alla protezione degli ambienti cattolici di Friburgo evita l’espulsione e nel 1951 prende la decisione di trasferirsi definitivamente con la famiglia in Argentina, che raggiunge via Barcellona sempre grazie ai contatti con autorità religione.

Nel fondo sono conservate le lettere che Piva scambia con la moglie e con il figlio Valerio, ma anche con diverse persone e con gli avvocati, e le carte relative al processo.

Lettera alla cognata Elvira Falli


Bibliografia

  • Rolando Balugani, La Repubblica sociale italiana a Modena. I processi ai gerarchi repubblichini, Modena, Istituto storico della Resistenza e della storia contemporanea, 1995
  • Federica Bertagna, La patria di riserva. L’emigrazione fascista in Argentina, Roma, Donzelli, 2006
  • Federica Bertagna, Vinti o emigranti? Le memorie dei fascisti italiani in Argentina e Brasile nel secondo dopoguerra, “História: Debates e Tendências”, n. 2, luglio-dicembre 2013 www.redalyc.org/pdf/5524/552456388004.p vdf



Atlante elettorale della ricostruzione

Anno: 2026

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Il progetto dell’Atlante elettorale della provincia di Modena racconta la Ricostruzione non come un semplice dato statistico, ma come il risveglio di un’identità civile e politica dopo il silenzio del Ventennio. Attraverso la mappatura dei primi cinque anni post-Liberazione emerge un territorio che ritrova la propria pluralità politica: dai grandi partiti di massa come Dc, Psiup e Pci, eredi delle culture cattoliche e marxiste, alle formazioni laiche e d’azione. È un percorso lungo e complesso, che parte dalle prime elezioni amministrative del 1946 passando per le elezioni alla Costituente e il referendum monarchia/repubblica, che attraversa le elezioni politiche del 1948, poi la seconda tornata elettorale amministrativa del 1951 fino alla prima elezione dell’ente Provincia. Al centro, cronologicamente ma anche in modo sostanziale, c’è la stesura e la promulgazione della Carta costituzionale.

In questo arco di tempo, il 1946 è un anno cruciale: è l’anno in cui le cittadine e i cittadini italiani sono chiamati a indicare, attraverso tre diverse tornate elettorali, la strada sulla quale l’Italia si deve incamminare per diventare democratica. Che anche le cittadine abbiano questo diritto è una novità a suo modo rivoluzionaria, fino a qualche anno prima è considerata impensabile. Per questo motivo, la nostra ricostruzione passa anche dal riconoscimento universale di questo diritto e dalla scelta di organizzare l’accesso al voto e alla vita politica dei cittadini e cittadine attraverso i partiti politici. 

Ma quali sono i partiti che si presentano a questa prima tornata elettorale? In quali comuni riescono a candidare le proprie liste? Queste forze politiche esistevano già prima del fascismo? Di quali culture politiche sono eredi o interpreti? Riescono a radicarsi sul territorio anche dopo il 1946? Ma poi chi sono gli eletti? E quante sono le donne? E nelle elezioni successive si ripresentano o scelgono altre strade? 

Per iniziare a rispondere a queste domande abbiamo realizzato l’Atlante elettorale della ricostruzione.

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